sabato, settembre 30, 2006

Aria & Acqua

Vorrei vedere il silenzio.

Abbracciare lucido e tondo

una pagina che non ha più bisogno

di essere riempita.

Vorrei scaldare quel silenzio.

Con la sciarpa bucata dai morsi,

con gli angoli persi di ciò che mi veste.

Col bagliore assorbente di ciò

di cui vorrei spogliarti.

Vorrei non vedere il dolore colarti dalle dita,

incastrarsi tra i tasti,

disegnando forme morbide sulla carta.

Non vederti accarezzarle

infelicemente compiaciuta

della loro perfezione.

Vorrei toccare il suono

liquido delle tue lacrime;

ancora abbaglianti e sinuose

ma non più immobili.

Scivolarti nel palmo

ricolmo di troppe conchiglie

per non perderti nelle loro pieghe.

Vorrei toccare quei cristalli

chi ti ostini a chiamare ghiaccio

affinché tu potessi sentire

le mie mani ancora calde.

Vorrei tu potessi essermi accanto

per sorridere delle onde

che giocano con i tuoi contorni

sul confine dell'acqua

ogni volta che tenti di annegare.

Vorrei poterti dare ancora

il peso effimero del sogno

per riscoprire che il volo

affatica più della caduta

ma bacia gli angoli della bocca

fino a farti sorridere.

Posso solo questo invece.

Abbracciando in quel sorriso

ogni onda,

fino ad una sponda

che non c'è.


Peter Pan

giovedì, settembre 28, 2006

Stadere e Pratike


Impieghiamo anni scegliendo parsimoniosamente piatti e tara.

Ungiamo i mekkanismi, kontrolliamo le giunture.

Spesso finiamo persino nel perderci in pratike maniakali lucidandone i pesi.


Eppure il bilanciare non è un'arte ma una kondanna.


La necessità di komprendere la misura finisce per essere la prima deriva razionale.

Pesare diventa il -sakro rito- della komprensione.

Non voglio farne parte.

Avere un peso signifika non sedersi su quella maledetta stadera.

Tornio Subito

Il Poeta Operaio

Gridano al poeta:

"Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!

Cosa sono i versi?

Parole inutili!

Certo che per lavorare fai il sordo"

A noi,

forse,

il lavoro

più d'ogni altra occupazione sta a cuore.

Sono anch'io una fabbrica.

E se mi mancano le ciminiere,

forse,

senza di esse, ci vuole ancora più coraggio.

Lo so:

voi non amate le frasi oziose.

Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.

E noi,

non siamo forse degli ebanisti?

Il legno delle teste dure noi tagliamo.

Certo,

la pesca è cosa rispettabile.

Tirare le reti,

e nelle reti storioni forse!

Ma il lavoro del poeta non è da meno:

è pesca d'uomini, non di pesci.

Fatica enorme è bruciare gli altiforni,

temprare i metalli sibilanti.

Ma chi

oserà chiamarci pigri?

Noi limiamo i cervelli con la nostra lingua affilata.

Chi è superiore: il poeta

o il tecnico

che porta

gli uomini a vantaggi pratici?

Sono uguali.

I cuori sono anche motori.

L'anima è un'abile forza motrice.

Siamo uguali.

Compagni d'una massa operaia.

Proletari di corpo e di spirito.

Soltanto uniti

abbelliremo l'universo,

l'avvieremo a tempo di marcia.

Contro la marea di parole innalziamo una diga.

All'opera!

Al lavoro nuovo e vivo!

E gli oziosi oratori,

al mulino!

Ai mugnai!

Che l'acqua dei loro discorsi faccia girare le macine.


Vladimir Majakovskij

mercoledì, settembre 27, 2006

Peter Pan 3



Concrete Jungle

"Oggi sulla mia giornata non splenderà il sole
La gialla luna piena non uscirà a fare la sua parte
Ho detto che l'oscurità ha oscurato la mia luce

E la mia giornata è divenuta notte

Dove si può trovare l'amore

Qualcuno me lo dirà?

Poiché la vita deve essere altrove

E non in una giungla d'asfalto

Dove vivere è più difficile
Giungla d'asfalto
Uomo, devi fare del tuo meglio

Non ho catene alle caviglie
Ma non sono libero
So di essere tenuto in cattività

Sì - non ho mai conosciuto la felicità

Non ho mai saputo cosa sia la tenerezza




Malgrado tutto - riderò sempre

Come un clown

Nessuno mi aiuterà perché

Devo risollevarmi da solo

Dal terreno

In questa giungla d'asfalto

Ho detto, ora cos'altro hai in serbo per me?

Ah, giungla d'asfalto, ora mi lascerai vivere?"


Bob Marley

Peterpan 2


Mi hanno kiesto: -Ami la tua vita?-

-Non amo la mia vita. Amo quello ke intendo farne-

Talvolta vivere signifika soltanto

rendere il Presente

il primo istante del

Futuro.

martedì, settembre 26, 2006

Peter Pan



Senza Parole

Goccia


Intermittenze

Coincidenze

Tempo.


Attimo per Attimo,

Attimo al quadrato.


Uno solo. Quello giusto.

In cerka dell'-Onda Perfetta-.

giovedì, settembre 21, 2006

mercoledì, settembre 20, 2006

Visionariando

La pentola del ‘77

Quando fu la prima volta che mi misero alla tavola imbandita dell'educazione non lo ricordo. Probabilmente saranno ormai passati venticinque anni. Allora non riuscivo ancora a scalare autonomamente la sedia che ammetteva al -pasto del sapere- e probabilmente ancora oggi, a volte, necessito di una spintarella affettuosa. Ricordo tuttavia perfettamente il bianco candido della tovaglia -sociale-, l'ordine rigoroso della disposizione delle posate chiamate grammatica, ubbidienza, correttezza e sincerità. Solide e pesanti contornavano piatti impeccabili e senza sbocconcellature. Credo volessero convincermi che quelli erano gli unici contenitori possibili ed ammissibili per potervi versare il pasto della conoscenza. Stoviglie ordinate anch'esse, dai nomi -piatti- e impersonali: materne, elementari, superiori, università. Solo molto più tardi conobbi modi più affascinanti per dedicarsi al pasto ma mai mi sono appartenuti e probabilmente (e sfortunatamente) mai mi apparterranno; questa comunque è un'altra storia.

Rimasi per diversi anni annoiatamente seduto al medesimo tavolo, con la medesima apparecchiatura. Mangiando medesimi pasti; magari di volta in volta dalle porzioni più generose ma comunque medesimi.

Tra le cose che ricordo ha un posto particolare la prima disobbedienza nutrizionale. Fu nei modi più che nei contenuti. Dopo un decennio trascorso a guardare inerme ma soprattutto disinteressato i primi compagni di pasto incrociare tra se i denti delle forchette, roteare i bicchieri e sbattere i piatti nel clamore generale di insegnanti e genitori accorsi, iniziai a nutrire una curiosità morbosa per quei comportamenti che sembravano tanto destabilizzare l'ordine (e la quiete) costituito; non smisi di usare le vettovaglie ma mi sentii ben presto più libero nelle evoluzioni delle posate, nel tintinnio del vetro e dei cocci.

Giunse l'adolescenza. Il disadattamento al galateo educativo apriva nuove falle e non furono più soltanto i mezzi ad iniziare ad annoiare. Credo che fu per noia infatti che chiesi per la prima volta perchè di giorno in giorno, mese in mese, anno in anno il menù non cambiava.

Senza variazione alcuna, meccanica e sistematica, addobbavano la tavola sempre i medesimi cibi. L'insegnante-cameriere non credo rispose mai e se lo fece accadde troppo lontano dalle mie orecchie poiché io potessi sentirlo.

Il sacro rito educativo andava esplicato secondo convenzioni prestabilite e non incontrai nessun caposala, sommelier, inserviente, lavapiatti disposto a contravvenire alle regole.

Ero stanco. Satollo all'inverosimile di pietanze perfette e bilanciate, insipide e ipoallergiche. Storie sentite e ripetute troppe volte per conservare fascino, ammesso che inizialmente ne avessero uno.

Canoniche e senza variabili in ogni racconto.

La mia educazione è stata quella. Decisamente. Bilanciata, insipida e ipoallergica. Perfetta certamente No. Non era altro che la solita, medesima, identica educazione comune al resto dei miei compagni. Praticamente senza eccezione alcuna.

Avevo fame ed ero curioso. Lo sono ancora curioso in effetti e mentre sto scrivendo ho decisamente fame.

Stanco del salutismo, curioso e affamato. Probabilmente fu in quel momento e in quella situazione che vidi per la prima volta quella pentola.

Quelle che avevo mangiate fino ad allora non erano le uniche pietanze esistenti e mi era capitato sempre più assiduamente di vedere guizzare tra i tavoli i resti di cibi sconosciuti. Tali sarebbero restati ancora per un poco vista l’attenzione e la meticolosità che i miei educatori mettevano nel pulire le stoviglie inquisite, cancellare tracce ed aloni, dissolvere gli odori. Certi pasti venivano semplicemente dichiarati mai esistiti.

Ai più dei miei compagni questo fu sufficiente per far dimenticare in fretta brevi lampi gastronomici fuori dieta. Ancora oggi, trentenni e rampanti, non hanno cambiato abitudini e sostengono che qualsiasi sistema nutrizionale diverso da quello con cui sono cresciuti alteri il loro sistema e con esso la salute.

La mia salute mentale invece chiedeva a gran voce novità. E il fatto che questa richiesta di novità coincidesse speso con la –verità taciuta- fu una scoperta di molto dopo. Fu ancora per curiosità che, tra tutte le portate di cui di giorno in giorno venivo a conoscenza, quella pentola nera dal fuoco trentennale e ancora borbottante per il pigro bollire divenne un vero oggetto misterioso.

Avevo ormai imparato a rispettare chi mangiava con le mani, non augurava il buon appetito e non chiedeva se qualcuno volesse finire l’ultimo bis. In realtà non sono passati che pochi anni e questo passato remoto forse è solo il frutto di chi si ferma a guardarsi indietro senza riuscire a mettere a fuoco la distanza percorsa.

Avevo conosciuto una donna che solo per errore era finita costretta nella divisa della mensa culturale o che forse, con quegli abiti indosso, tentava di cambiare le regole. Non ha rilevanza questo.

Fu lei tuttavia la prima persona che portò in tavola la pentola. Nei vestiti morbidi di chi aveva mancato la preparazione della pietanza solo di qualche mese, appoggiò la pentola al centro della tavola e lasciò che rimanessimo affascinati dal coperchio che a cadenze irregolari sbatteva sempre più lentamente e quasi tintinnando sul bordo superiore.

Passò molto tempo prima che sapessi distaccarne gli occhi e mi domandassi infine cosa ci fosse e perché fosse stata tenuta così lontana da tutti noi per tutti questi anni.

Erano stati proprio i camerieri più cordiali e intimi, vecchi saggi bordati di rosso, a desiderarne di più l’accantonamento; ed era comunque per un certo verso innaturale coltivare quella morbosa attenzione per la pentola. Non tanto un contravvenire alle regole quanto un contravvenire alle persone che avevano voluto nascondere.

La pentola adesso è in tavola. La tavola è incorniciata dai commensali. I commensali adesso si guardano, oltre che guardare la pentola. E so che guardarci dentro non è uno sfogo primordiale della curiosità. Diventa necessità.

La pentola del settantasette è in tavola. Il saper guardare solo i resti incrostati della pietanza bruciata è passato.

La pietanza affascina e sono stanco di ostacoli. Non siamo alla ricerca di ricette perfette ma di esperienze. Senza dimenticare gli errori con cui la pentola si è scottata. Senza dimenticarne i contenuti: riappropriazione di spazio e tempo.

Intuizioni da non poter perdere, da coltivare nuovamente, riscoprirei, rielaborare e con cui imbandire nuovamente. Intuizioni chiamate rifiuto del lavoro, occupazione, controinformazione e con centinaia di altri nomi.

Servono cuochi. Servono ingredienti. E servono commensali.

Nessun cameriere, nessuna posata, nessun galateo.

Non sarò certo io ad apparecchiare ma ho fame. E sono curioso.

Ora di cena.

venerdì, settembre 15, 2006

Sara un kaso.

E' morta la Fallaci.

Kiamarlo -Destino- è troppo.

Kiamarla -Koincidenza- poko.

Almeno -Botta di Kulo-

mercoledì, settembre 13, 2006



Adoro gli enigmisti.

Sanno spendere su un interrogativo più tempo di qualsiasi altra persona.

Siete enigmisti?

Avete mai pensando all'enigma della guerra?

O amate troppo il Sudoku?


martedì, settembre 12, 2006


Se muori imbracciando un fucile per difendere interessi ekonomici in paese di guerra sei un eroe.

Quando muori lontano da kasa sei un italiano.

Dove muori e come muori a volte danno onore.



Se muori sul lavoro, da prekario, sei sfortunato.

Quando muori per avere una kasa sei messo male.

Dove e come muori diventano dettagli.


La Morte Bianka non ha voce. Ma possiamo askoltarla.


sabato, agosto 12, 2006



Quello ke i Media non dikono.

Quello ke a volte non rikordiamo.

Io per primo.

giovedì, agosto 03, 2006



Ovunque e dappertutto.

Perikolosissimi e aggressivi.

Guardaci e spaventati.

No Tav. No Tir. Sarà Dura.


sabato, luglio 29, 2006

Kose ke non mi spiego. O forse sì.


Effimero e palpabile: affinità.


Indipendentemente.

Inspiegabilmente.

Indubbiamente.



Certe kose sono e saranno.
Altre semplicemente restano.

venerdì, luglio 28, 2006







Perikolosissimo terrorista palestinese kon zainetto pieno di esplosivo.



giovedì, luglio 27, 2006






Perchè no?

venerdì, luglio 21, 2006

Per non dimenticare




20 Luglio 2001 - 20 Luglio 2006

Dalle divise dei carabinieri a quelle dei soldati israeliani.

Gli assassini sono gli stessi.

L'uomo libero non indossa divise. Diserta.

Carlo Vive.

Ora Basta


"In periferia i viali sono trafficati,

i centri commerciali come al solito affollati,

aspettano i clienti a porte spalancate

ma anche ondate di assalti e di imboscate.

Per questo le sirene sono fisse su due note

e i vigilantes coi fucili a pompa vanno per le strade;

sanno che bisogna controllare ogni passante,

sanno che è meglio preteggere il ricco e benestante.

Sanno che nessuno ama la tasca del mercante,

nessuno ama i debiti, i debiti alle banche

e se anche domani vanno in fiamme fate i bravi,

in fondo sono solo danni collaterali

e non rompete più i coglioni burattini

in fondo siete solo mille, mille piccoli assassini,

col falso terrore del sacro borseggio

quand'è il sistema intero che si fonda sul saccheggio"

Assalti Frontali, "Inperiferia"



Percepire le essenze;

tracciarne i profili,

assaporarne i gusti:

raffiche ancestrali della comunicazione.

Un vento caldo porta via i pensieri,

e con le spalle al muro,

non puoi rinunciare alla corsa.

È l?istinto: lucido delirio di sopravvivenza.

È la rabbia che cripta le immagine del Systema.

Vampiri e Dampyr:

come un paradiso turistico,

crepuscolare e romantico,

un castello arroccato.

La sfera blu dischiude i cristalli

eterei e veggenti:

il mondo della fantasia umana,

ogni suo elemento,

ogni sua creatura,

scaturisce dai sogni e dalle speranze dell?umanità.

Vampiri plastificati,

avidi e prodighi

di sogni preconfezionati,

incrociano le nostre strade,

senza temere di essere notati,

mimetici e spavaldi.

Così il nulla dilaga. Il Systema.

I Vampiri sono tra noi.

Animali sociali trasformati nelle movenze,

deformati nell?istinto, metallizzati.

Strisciano tra noi, strisciano eretti,

calpestando ciclicamente i proprio passi.

Ora li vedo passare, posso annusarli,

li riconosco.

Sensazioni nuove, percezioni diverse,

come un quinto senso e mezzo,

in un free-style dai tratti acquarello.

Dampyr: ciò che siamo, diventeremo

o stiamo diventando.

Scrosciano,

fragorose e interminabili,

le grida entrando nelle farmacie,

l?eco delle bombe nei supermercati,

i pianti tra le balbettanti e altalenanti immagini catodiche.

Pomeriggi inutili e avvolti,

posseduti dalla rabbia,

persi sulla tastiera,

lasciano sangue sulle labbra.

Dobbiamo muoverci,

è tempo di andare.

Prendiamo i nostri cappotti,

neri e profondi,

cuciti di gotico e foderati di metropolitano.

Abbelliamoli con le spille,

le sciarpe bucate dai morsi.

Visioni baciate dalle

labbra tenere della ganja,

proiettano sagomature a china

di ciò che siamo.

Questa è la realtà delle cose:

fumetti, esili e dinamici,

dai contorni decisi

che non temono il dubbio perverso

che elettricamente stimola e induce

il Systema.

Dobbiamo muoverci agili,

far credere che siamo soltanto ludici tratti di matita.

Siamo macchie di china,

senza regole né dogmi.

Il Systema non deve percepirci.

Il regno della fantasia,

sempre morbida e ovattata,

è pieno di rabbia.

Cavalcheremo l?onda dell?istinto,

col vento giocoso sotto le code del cappotto,

mentre la risata profonda dei Vampiri

echeggia nervosa.

È una planata in stallo,

effimera e impalpabile,

che si carica,

ribolle e si affila,

per tutto ciò che continuate a vomitare:

voi state soffiando

sulla nostra onda perfetta.

È la rabbia che feconda le onde,

mentre ci alziamo con i piedi,

morbidi e liquidi,

sulla bolle d?acqua,

feriti dall?odore acre del Systema;

rigidi alla vista dei suoi ossequiosi e bavosi

servi: Vampiri.

Posso sentire il suo respiro adesso.

Non c?è tempo per restarne in contemplazione,

in avido studio, con interessata e avversa curiosità.

Bio-Meccanica creatura.

Non è perfetta. Posso vederla.

È questo il punto diabolico,

è vulnerabile e spavalda:

sfida chiunque ad abbatterla, mostrando le sue ferite.

La sua forza non è solo

tradizionale repressione:

è vampirismo onirico.

Non teme i singoli,

depreda le masse informi dei sogni.

È un gioco bieco e perverso,

dalla miriade di appellativi

e dalle svariate manifestazioni:

dittatura mediatica,

manipolazione culturale,

terapia del consumo.

Con lingue sintetiche,

viscide e viola,

taglienti, gommose,

scandaglia i fondali umani.

È in cerca di sogni,

famelicamente eccitata,

muove i suoi burattini

dai denti acuminati

come specchi per allodole.

Questo è il suo teatrino,

la sua ambientazione,

la sua creazione.

Esperimenti in divenire,

creatura sfuggita al creatore.



L?Ironia del Destino,

eroina congenita della Storia,

ancheggia,

piena e luminosa.

La Fuga e il Contrappasso,

eterei e presenti,

la accompagnano.

E? questo il gioco:

il Systema creato sfugge al creatore;

le creature del Systema, liquide, evadono.

Questo non è il regno dei pari,

ma il regno dei dispari.

Il quinto senso e mezzo:

percezione multi-dimensionale,

condivisa e gonfia,

per ricominciare da zero.

Con questi compagni,

di viaggio-gioco-sogno,

sconosciuti e fraterni,

persi nelle intersezioni di

Spazio-Tempo.

Posso vederne le mani,

abili e pigre, appisolate sui colori.

Posso sentirne le voci,

umide e stanche, aggrovigliate nelle 5 righe.

Gli occhi no.

Escono,

con passo deciso, inarrestabili,

impalpabili e invulnerabili,

dalle curve sinuose del tempo.

Lettere scomposte,

pennellate spiraliche,

seriali e grigie,

rigurgitano pasti indigeribili.

Il Systema non può assimilarci.

- Se solo osi avvicinarti, io ti dilanio! ?

Il Dampyr è pura fantasia. E rabbia.

I sogni del Dampyr

sono un cubo blu,

dagli angoli netti.

La sua trasparenza ammalia,

i riflessi ipnotizzano,

la forma inibisce.

Perfetto ed etereo,

mediatico.

I polpastrelli sugli spigoli,

morbidi e caldi,

tentano di assorbirne le forme.

È un?osmosi onirica:

sedendo scompostamente,

con una gamba sul bracciolo,

sprofondando nella materia del cubo.

Plasmarne la forma:

unica e peculiare sintesi.

Il cubo,

inassimilabile,

per altri inammissibile,

antitesi perversa della sua elasticità di forma,

è rabbia e sogno.



Burattini Wireless: cartacei, mediatici, catodici

Trema il pulsante, balbetta la tastiera

barcolla agonizzante nell?ombra della sera;

il mattino ha l?oro in bocca, ma solo per qualcuno,

per gli altri è nelle tasche e sintetico il profumo.

Controlla le notizie, accertane le fonti,

se i dati sono chiari i polpastrelli sono pronti.

Violenta poi ogni tasto, violenta la ragione,

il Systema ti ringrazia: tu sei la sua soluzione;

il Systema ti corteggia, sei il prescelto su un milione,

abbellendoti la casa, lucidandoti il cognome;

inviato a presenziare, testimone della storia,

ma anche del Systema quando è aperta l?istruttoria;

tu c?eri, tu hai visto, hai visto ogni cosa,

ostentando il tuo coraggio in una via pericolosa:

Kabul, Falluja, Baghdad, tu eri in ogniddove,

a raccogliere notizie a raccoglierne le prove,

per poi portarle schiave sull?altare del Systema,

svuotate, violentate: trasformate in Anatema.

Trema il pulsante, balbetta la tastiera

barcolla agonizzante nell?ombra della sera;

il mattino ha l?oro in bocca, ma solo per qualcuno,

per gli altri è nelle tasche e sintetico il profumo.

Uno spettro in cashmire grigio, liquido e potente,

assorbe e poi manipola la rabbia della gente;

assorbe e poi deforma, cancella, aggiunge, omette,

per vendere notizie dalle sagome perfette.

Il Systema lo ringrazia, o solo lo ripaga

donandogli prestigio in una busta paga

sporca di silenzio, smerdata di menzogna,

pulita con saliva da un avida carogna.

Presenzia nel salotto ostentando il suo mestiere,

conosce tutti i fatti, possiede un gran sapere;

sorride superiore, ironico e spavaldo,

mostrandosi intoccabile, scoprendosi codardo,

scoprendo i suoi canini, famelici e affilati,

sapendo che per vivere gli son sempre bastati.

Trema il pulsante, balbetta la tastiera

barcolla agonizzante nell?ombra della sera;

il mattino ha l?oro in bocca, ma solo per qualcuno,

per gli altri è nelle tasche e sintetico il profumo.

Sussurra nella notte, effimera e potente,

la rabbia della storia, la rabbia della gente;

gonfia è la sua veste, leggero il suo cammino,

giocando col sapere con spirito bambino:

curioso ed istintivo, intatta la purezza,

saper qualcosa almeno ma saperlo con certezza.

La rabbia è solo acqua, che copre e dopo bagna,

o forse la benzina rinchiusa in una stagna;

rinchiusa e imbottigliata, la rabbia non può stare,

scagliata contro un muro ritorna poi a bruciare.

Il Systema tiene i fili, chi ti informa è un burattino,

che manipola il passato per gestire il tuo destino,

ascolta ciò che senti, l?istinto è la lezione,

la luce della rabbia è la controinformazione.



Orme

Mi chiedono rispetto.

Avete mai guardato

L?orma spigolosa

che lasciano i corpi

Appesantiti dall?arroganza?

Forme lucide e taglienti,

palpabili ed invisibili,

visibili ed eteree,

monito a notarle,

esortazione a seguirle,

tracce guida,

feticci rampanti,

pressioni artificiali,

travestite di saggezza,

dense e rigorose,

avverse ad esser trascinate,

mai trascinanti,

meno affascinanti,

certe nell?indecisione.

Il rispetto è non lasciare tracce.

Ho il sacrosanto diritto di perdermi.










ODE ALLA VITA Pablo Neruda

CHI MUORE
(Ode alla Vita)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia
e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire
un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire
ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta
musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia
aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria
sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi
non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde
quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.